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Educare chi?


"Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso." Hannah Arendt

Si parla di “Educazione affettiva nelle scuole” come se fosse l’unica strada percorribile per il “grande cambiamento” contro il "patriarcato" (termine tanto in voga ora, Barbie docet) e come reazione alla crudeltà dei fatti di cronaca a cui stiamo assistendo.

L'"affettività" è una dimensione della natura umana con radici molto lontane nella storia di un individuo e non può essere "circoscritta" con l'età scolare come un "argomento" da trattare o un approccio da adottare. La letteratura sull'"iniziazione" al linguaggio affettivo è infinita e a ciò ho dedicato parte della mia formazione:

la libertà di essere e di divenire è fortemente condizionata dalla qualità (e quantità) delle nostre relazioni affettive primarie, dalle capacità di attaccamento e accudimento ricevute a cui si aggiungono, necessariamente, le variabili del contesto educativo in cui il bambino viene introdotto, gli ambienti di frequentazione, i fattori culturali ed economici, (...). Tuttavia la "consistenza", la credibilità delle figure che ci allevano e che ci circondano è fondamentale, se non determinante: la sintonia tra pensiero e atto costituiscono le fondamenta della dimensione affettiva e la sua stabilità e sicurezza, coinvolgendo l'individuo in tutte le sue abilità combinate tra loro.


Per comprendere "come educare" dovremmo inquadrare l'"essere uomo" in chiave almeno sociologico-ambientale (non mi addentro nelle anse psicologiche e scientifiche che non mi competono) con tutte le variabili che contraddistinguono esattamente quell'uomo e la sua genesi. Ci scontreremmo con pareri diversi iniziando dalla definizione di cosa è normale e cosa non lo è, cosa è giusto o no.

L'individuo è per definizione un soggetto ricco di bisogni, oggetto di tentativi e ideali educativi anticipati già dalle aspettative degli stessi genitori sin dalla fase di "progettazione" nel loro immaginario (Gruen) alla "venuta al mondo", e capire cosa sia "giusto o no" è anche un fattore culturale. Già dalla gestazione il nascituro è carico di responsabilità riflesse, promesse di vita e sogni di cui nulla sa perché ancora alla vita non ha preso parte.

Le credenze e le convinzioni in cui è immerso nella placenta, plasmano e costituiranno il suo inconscio precoce (Freud) tanto quanto possono farlo durante la crescita le "cattive compagnie", falsi consiglieri e grandi maestri.

La prima sede di alfabetizzazione emotiva e dei propri costrutti è la famiglia: questa è la prima comunità sociale, "nel bene e nel male" capace di generare tali abilità emotive, poi tutto il contesto esterno.

A mio parere l'Educazione affettiva serve anche a questo, ad aiutarci a decifrare cosa può essere utile o dannoso per il proprio e altrui benessere, aldilà dell'educazione appresa in casa.

Ricordiamoci però che nelle scuole esistono "fior fiore" di validi docenti attenti e impegnati a trasmettere modalità educative esemplari da sempre, come è frequente la critica pronta a sminuire il docente, se non ad assalirlo, nell'ambiente domestico, per fare un esempio concreto a cui ho recentemente assistito.


Che credibilità ha questa "adultità genitoriale" agli occhi di un bambino o di un giovane?

Che alleanza e prospettive pensano di creare questi "adulti-genitori" mentre con il proprio atteggiamento demoliscono l'operato dell'Insegnante e con esso il legame affettivo che insieme allo studente costruisce?

Anche qui, andrà trovata una traiettoria comune, possibilmente apolitica.

Siamo tutti chiamati ad essere un ESEMPIO (che piaccia o no) per generare un cambiamento...e siamo eletti ad esempio spesso anche senza saperlo. Il ruolo di genitore, per cominciare, non si compie nel dare modelli, ma nell'essere da esempio, diceva con estrema semplicità Piero Angela.


Questa è una delle ragioni per lavorare su se stessi, ossia lavorare su quel "territorio" che è la nostra persona, che prima eredita e poi tramanda un'educazione. E' urgente praticare l'educazione nel senso etimologico del termine: "trarre fuori", "tirare fuori da ciò che sta dentro" e in questo processo sono coinvolti necessariamente due soggetti educatore ed educando, il competente della relazione di aiuto e l'aiutato.

"E' così importante per lei l'Educazione affettiva a scuola?" mi chiese l'esaminatrice all'esposizione della mia tesi di Master nel 2019 svolta esattamente su questo. - "Assolutamente sì, anche solo per essere un modello diverso, e magari un esempio, alternativo alla famiglia".

Potremmo spendere migliaia di pagine per sviscerare l'argomento, ma se non partiamo da noi stessi col prenderci cura delle paure, dei nostri vuoti e soprattutto dei nostri desideri, chi se ne può occupare?


Dopo anni di impegno nella mia formazione (continua) su questa indagine, come Insegnante, Arteterapeuta e Counselor, credo che il filo rosso nelle differenti discipline sia "riconoscere" se stessi con tutte le ombre (Jung) che ci abitano, senza escluderle o sostituirle obbedendo a dogmi mistici, transitori e consumistici, ma integrarle pacificamente.

E' necessario conoscere se stessi, "saper di sé dettagliatamente" e "contribuire a ..." modulare le proprie emozioni, a saperle contenere se occorre, a comunicarle in un linguaggio socialmente accettabile.


Recuperiamo, per quanto possibile, le carezze emotive che non ci sono state date o quelle che abbiamo ricevuto ma che non ci hanno colmato di significato perchè scarse di una sintonia affettiva. (Stern) Dotiamoci di un linguaggio emotivo pregiato, capace di darci il coraggio di definire ciò che si muove dentro di noi, si esprimerci e comunicare; l'emozione scuote!! Attraverso l'emozione il soggetto entra in rapporto con la realtà e ne rimane coinvolto poiché essa si dispiega a livello cognitivo, biologico e comportamentale, perciò è decisivo riconoscere le emozioni, per l'importanza della loro espressione, altrettanto dannosa se negata.

Strutturiamoci, prepariamoci a comprendere e gestire le proprie emozioni, a vivere da persone autonome, indipendenti e integrate nella scocietà.


Da dove partire?

Da un percorso autentico anche di crescita personale, fosse "solo" per un'esperienza arricchente, oltre la normalità. (Rif. alla citazione iniziale, nello specifico caso di Eichmann, "La banalità del male" di Arendt)


Io offro l'arte nella relazione di aiuto, eccezionale strumento di mediazione per la riflessività che comporta la tecnica, per la validità metaforica del processo creativo in atto, la regolazione delle emozioni, ls triturazione del pensiero e di un legame affettivo tangibile con l'opera e il terapeuta; per la capacità naturale di fornire autostima e sostegno. La creatività aziona, proietta, spesso risolve.


Impariamo, come ADULTI, ad accorgerci e ad ascoltare i nostri più profondi bisogni, a chiedere aiuto:

essere riconosciuti per ciò che siamo e per ciò che stiamo diventando è una prerogativa

per il proprio esistere, per il proprio e altrui ben-essere. Lo ripeterò all'infinito.

Anche la soddisfazione personale è un contributo visibile: il benessere è contagioso tanto quanto il malessere!

La propria autostima e gioia valgono l’impegno!


Daniela Di Stefano

Areteterapeuta a Modello Polisegnico©, Counselor Relazionale in PNL e Art Counselor




Per la bibliografia, scrivimi!




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